Formazione professionale in Sudan: Un pasto e una speranza per il futuro

 

Pubblicato su La Cooperazione Italiana Informa-Gennaio 2016

Nella zona industriale di Khartoum sorge un centro tecnico di formazione gestito dai padri Salesiani e che ogni anno ospita numerosi ragazzi provenienti dai campi profughi o dalle carceri minorili del paese. Seguendo corsi professionali, anche grazie a fondi italiani, i ragazzi hanno maggiori probabilità di trovare un lavoro e garantirsi un futuro migliore.

Ogni mattina i ragazzi dei riformatori Koba e Geref di Khartoum vengono accompagnati nel centro salesiano “Saint Joseph” per seguire corsi di formazione professionale. Una volta finite le lezioni, prima di essere riportati in carcere, questi ragazzi ricevono sempre un pasto. Le attività rientrano in una nuova iniziativa messa a punto dalla Cooperazione italiana nell’ambito di un programma d’emergenza in corso nel paese africano. La struttura, punto di riferimento per i giovani sudanesi, si trova simbolicamente nella zona industriale di Khartoum e offre formazione professionale nella falegnameria, muratura, meccanica, carpenteria e impiantistica elettrica.

I giovani studenti del Centro Professionale in un momento di pausa

I giovani studenti del Centro Professionale in un momento di pausa

L’obiettivo dell’iniziativa, nata su richiesta del direttore del riformatorio di Geref, non è solo quello di garantire ai ragazzi un pasto sicuro al giorno, ma anche di offrire speranze per un futuro migliore, a fronte del difficile contesto lavorativo che caratterizza la capitale sudanese. I corsi , la cui gestione è stata affidata al centro di formazione consentono di apprendere un mestiere e di ricostruirsi una vita al di fuori delle mura del carcere minorile, una volta scontata la pena. Abbiamo incontrato i responsabili del centro di formazione e alcuni ragazzi che attualmente stanno scontando un periodo detentivo e che seguono i corsi professionali. “La rieducazione dei giovani detenuti e la possibilità di un loro reinserimento nella società sono obiettivi primari per chi organizza queste attività”, ha spiegato padre Johnson, responsabile del centro. “Qui cerchiamo di utilizzare al meglio le risorse disponibili e il generoso contributo della Cooperazione italiana ci ha permesso di migliorare notevolmente la nostra azione per offrire una possibilità in più ai ragazzi di oggi, gli uomini di domani”, ha aggiunto.

Un ragazzo del riformatorio di Koba durante l'esercitazione di saldatura

Un ragazzo del riformatorio di Koba durante l’esercitazione di saldatura

L’accoglienza che ci hanno mostrato è tratteggiata da una curiosità mista a timidezza. Queste emozioni si sciolgono però man mano che la visita prosegue, durante i singoli incontri con i ragazzi dei riformatori. Sono loro a condividere il proprio passato e a descrivere il tempo speso a scuola. Per tutti, la mattina rappresenta il momento più importante della giornata: nel centro imparano un mestiere e tornano a sentirsi uguali agli altri ragazzi che frequentano i corsi, riacquistando quella fiducia ormai persa e imparando ad affrontare un futuro diverso e più consapevole. “È bastato un attimo a cambiare la mia vita, e ora devo recuperarla. Sono un persona semplice ma mi sento capace di fare cose utili. Ho capito il mio sbaglio e ora ho fiducia nel futuro, ho scelto il corso per diventare meccanico e ho tanta voglia di lavorare”, racconta Ahmed, 18 anni e da più di due recluso nel riformatorio. Romah, 17 anni, esordisce con rancore nel raccontare la sua storia personale, forse ancora non del tutto elaborata. Oggi frequenta le lezioni di meccanica e la sua speranza è quella di uscire dal riformatorio quanto prima.

Due ragazzi del riformatorio di Geref durante il tradizionale fatur

Due ragazzi del riformatorio di Geref durante il tradizionale fatur

“La libertà – ne è convinto – è tutta un’altra cosa”. Omicidi, stupri, furti, risse, probabilmente commessi sotto gli effetti della dipendenza dell’alcool, la cui vendita e consumo sono illegali in Sudan, sono i reati che accomunano i ragazzi dei riformatori. Il loro passato sembra alle spalle e oggi quello che conta è la volontà di recuperare, di poter aver un lavoro e aiutare la propria famiglia una volta riacquisita la propria libertà. Da molti dei racconti che sentiamo emerge proprio il sostegno delle famiglie in questo percorso e il desiderio di ricambiare l’affetto e l’appoggio ricevuti. “Sogno di essere un giorno un bravo elettricista. Sono il più grande di quattro fratelli e voglio ricambiare l’aiuto ricevuto negli ultimi due anni”, ha detto Alì,15 anni, la cui condanna è per furto, anche se lui si dichiara innocente.

Sono solo alcune delle storie di un gruppo di ragazzi poco più che adolescenti che la Cooperazione italiana sostiene, seguendo quello che da sempre ha di più caro: i gruppi più vulnerabili della popolazione.


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